Novembre 29, 2022

I giovani per una nuova riforma fondiaria

articolo di Vanni Tola con introduzione di Pino Careddu, tratto dal libro AUTONOMIA ORA O MAI PIU’ – LIBRO BIANCO PER UNA LEGISLAZIONE NERA ( Pino Careddu ed. Chiarella 1979).

La crisi della petrolchimica continua. C’è una ventata nostalgica a favore delle risorse naturali dell’Isola. Entra in funzione il senno di poi. Il bene di prima necessità più venduto, allo spaccio di Ottana, è il latte in scatola. I laureati dell’ultimo biennio, finita l’informata clientelare e assistenziale negli uffici delle varie petrolchimiche, s’interrogano sul futuro. Le liste di collocamento dei giovani si allungano. Tutti sono disposti a fare tutto. Anche a zappare? Soprattutto. La retorica e il vigore ideologico sessantottesco porta a una riscoperta della Sardegna agro-pastorale con tutti i suoi valori e i suoi modelli di costume. Giovani occupano tratti di terreno demaniale e danno vita a cooperative. Le organizzazioni comuniste, preparano il boicottaggio. L’occupazione delle terre ha un marchio, per la verità glorioso, per il quale il PCI non ammette contraffazioni. Ma i protagonisti sono i giovani organizzati in leghe insieme ai pastori poveri, ai piccoli contadini e agli emarginati della città. Ed è soprattutto per questo, che nel clima compiacente del compromesso storico sardo, questo nuovo movimento di massa per la riforma fondiaria – come dice uno dei leader di questo processo di ritorno alla terra, Vanni Tola – trova mille difficoltà.

Un vasto movimento per il recupero delle terre incolte si è andato sviluppando in questi mesi in Sardegna. Esso rappresenta indubbiamente una grossa novità dell’attuale momento politico benché non sia altro che la naturale continuazione del ben più vasto movimento per la riforma fondiaria più volte sconfitto, mai annientato, nato nell’immediato dopoguerra. Ne sono protagonisti innanzitutto i giovani disoccupati organizzati in leghe insieme a pastori poveri, braccianti, piccoli contadini e agli emarginati delle città. A questi si aggiungono talvolta operai espulsi dal processo produttivo. La posta in gioco nell’immediato sono le terre incolte e malcoltivate dell’Isola, molto più numerose di quanto indicato dai censimenti Istat. L’obiettivo a lungo periodo resta l’attuazione della redistribuzione delle terre a chi le lavora e in ultima analisi l’avvio di una reale riforma agro-pastorale da sempre promessa, mai realizzata. Riforma che non può prescindere dal razionale sfruttamento delle risorse locali, dall’allargamento della base occupativa e produttiva, dalla esigenza sempre più urgente di ridurre il deficit alimentare dell’Isola che è una delle principali cause della dipendenza della nostra economia.

Gli ostacoli e le difficoltà burocratiche e politiche che i protagonisti del nuovo movimento per le terre hanno dovuto superare sono stati molteplici e di varia natura. Essi hanno rappresentato un duro banco di prova per i soci delle cooperative e delle leghe dei disoccupati. In alcuni casi ciò ha portato alla crisi e allo scioglimento delle cooperative, in particolare di quelle a prevalente composizione giovanile. Nel complesso tuttavia il movimento ha retto e si è anzi andato affermando e generalizzando nel territorio. Un ruolo particolare hanno svolto in questo senso i braccianti e i pastori poveri che, con la loro radicata coscienza di classe la loro esperienza (risultato di dure lotte per la sopravvivenza e contro il padronato agrario), hanno costituito il vero asse portante del movimento. Da sempre per questi strati sociali il problema della terra è indubbiamente una questione vitale ed uno dei principali motivi di mobilitazione e scontro..

Anche a ciò si deve l’interesse verso la “soluzione” di tale problema da parte delle forze di governo che hanno riversato sull’argomento tutta la loro demagogia e la loro propaganda nel tentativo di arrestare l’espansione del movimento e rinviare la resa dei conti con il bracciantato e la classe pastorale sarda. E’ per questo motivo che la questione fondiaria viene posta al centro del progetto di riforma dell’assetto agro-pastorale (monte pascoli) a tutt’oggi non attuato. Alle iniziative demagogiche e propagandistiche della DC e delle forze di governo (PCI compreso) si sono accompagnate inoltre in questa fase iniziative più o meno segrete per impedire che una reale distribuzione fondiaria venisse avviata dal basso tramite l’occupazione diretta delle terre e utilizzando i pochi spazi che la vigente legislazione sulle terre incolte offriva (legge Segni-Gullo del 50). La parola d’ordine del padronato agrario e della DC è stata, per una certa fase, quella di “reprimere le occupazioni e paralizzare l’attività delle commissioni provinciali per l’assegnazione delle terre” alle quali le cooperative, sempre più numerose, avanzavano consistenti e documentate richieste di terre incolte e malcoltivate.

Quasi per magia si assisteva in tutta l’isola ad uno strano fenomeno: tutte le Commissioni prefettizie per l’assegnazione delle terre, per un motivo o per l’altro, non funzionavano (dimissioni dei membri ecc.). Soltanto dopo numerose e decise mobilitazioni delle cooperative si riuscì ad imporre la riattivazione delle Commissioni. A Cagliari tale organismo non si riuniva da oltre 15 anni, a Sassari da 3, a Nuoro da diversi anni come avveniva in tutto il meridione d’Italia. Ma il boicottaggio non si arrestava qui. Comparvero infatti all’interno delle Commissioni dei veri e propri “esperti del cavillo giuridico” che fecero il possibile e molto spesso l’impossibile per ostacolare l’iter procedurale delle pratiche di richiesta delle terre suscitando, per il loro operato, vaste simpatie tra i proprietari assenteisti (che non dimenticavano di manifestare in modo tangibile la loro soddisfazione e il loro gradimento per l’operato dei membri delle Commissioni).

Tali manovre hanno fiaccato la resistenza di alcune cooperative ma hanno anche, loro malgrado, rafforzato la coscienza di classe e la capacità organizzativa di nuove avanguardie che hanno dato vita a numerose e creative manifestazioni ed azioni di lotta tradottesi in un complesso rafforzamento del movimento per le terre. In Sardegna il movimento era presente in molte aree, e si andava caratterizzando per la sua autonomia dai tradizionali organismi di massa (Sindacato, Lega delle Cooperative ecc.) e dai partiti politici (compresala sinistra storica e per certi versi anche la nuova sinistra scarsamente presente su tale tematica). Va notato in particolare il non casuale disimpegno della Federbraccianti a tutti i livelli, della Lega delle Cooperative e della Confcoltivatori (spesso diventata addirittura controparte).

Relativamente alla Federbraccianti-CGIL non va dimenticato comunque il contributo sostanziale della federazione di Nuoro che ha avuto un ruolo fondamentale per la nascita del movimento delle terre nel nuorese. Nelle altre province sarde l’impegno sindacale, al di là delle enunciazioni verbali, si è limitato a un generico e formale appoggio alle lotte accompagnato, in alcuni casi, dal tentativo di cavalcare il movimento. Nessun documento è stato elaborato dalla Federbraccianti e dalla CGIL regionale e neanche dalle camere del lavoro, a sostegno della “vertenza terra”(ad eccezione di sterili attestati di solidarietà alle cooperative) E non si tratta certo di una dimenticanza ma di ben precise scelte politiche. Snobbare il nuovo movimento per la terra significava per la Federbraccianti e la CGIL evitare di dovere prendere posizione sull’ultimo duro attacco portato al movimento dal padronato agrario e dalle forze che sostengono il governo attraverso la nuova legge per le terre incolte (l. 440/78). Tale provvedimento, di recente approvazione, ha infatti prodotto nell’ambito della sinistra storica e del sindacato, notevoli contraddizioni tra quadri di base inseriti nel movimento e contrari alla legge e i dirigenti costretti a fare la difesa d’ufficio di un provvedimento giuridico che esperti di diritto ( anche di sinistra) hanno considerato “tra i più reazionari provvedimenti in materia dai governi liberali ai giorni nostri”.

La Confcoltivatori, o meglio un suo noto esponente regionale, non ha invece perso tempo dichiarando sulla stampa locale che tale provvedimento rappresenterebbe ” un primo successo nella battaglia per le terre incolte”. Si può ritenere che tale legge altro non sia in realtà che l’ultimo espediente escogitato dal padronato agrario e dai fautori della pace sociale per sconfiggere il movimento delle terre. Un’attenta lettura del provvedimento lo conferma. Ed è comprensibile che Maddalon ne faccia una autorevole difesa d’ufficio perché cosi com’é la nuova legge per le terre incolte non troverà certo facilmente il consenso dei cooperatori. Innanzitutto è difficile per costoro credere che tale provvedimento possa venire attuato data la complessa e numerosa mole di attività preliminari che la regione dovrebbe attuare per renderlo operante; in secondo luogo è fin troppo evidente, anche per il lettore meno smaliziato, che il provvedimento mira a fiaccare il movimento rimandando le assegnazioni di terre alle calende greche e arrestando nel contempo la già limitata attività delle attuali commissioni provinciali per le assegnazioni delle terre (vedere art. 10 della legge 440/78).

Anche quest’ultimo tentativo del padronato agrario, come i precedenti non arresterà il movimento. Lo confermano oltre le dure prese di posizione dei cooperatori, della Federbraccianti- CGIL di Nuoro e della UISBA-UIL contro la nuova legge, il continuo moltiplicarsi di iniziative di lotta e le occupazioni di terre che numerose cooperative hanno attuato in queste settimane. Il fallimento del vecchio e del nuovo piano di rinascita e della riforma agro-pastorale forse non hanno insegnato nulla ai politici della regione e a certi dirigenti sindacali. Non è cosi per i lavoratori sardi che si rendono conto dell’importanza delle lotte di massa e della mobilitazione costante e nel territorio, come unico strumento per avviare reali processi di riforma, per la difesa e lo sviluppo dell’occupazione, il pieno utilizzo delle risorse locali.