Novembre 29, 2022

I MAESTRI NONNI

La Sedia di Vanni Tola

10 dicembre 2012   Avete un nipote di sei anni che frequenta la prima elementare? Saprete quindi che arriverà in prima media nell’anno scolastico 2017/2018, cioè tra cinque anni. Per effetto della riforma delle pensioni, troverà ad accoglierlo insegnanti di settanta anni che attendono di raggiungere l’età di settanta anni e sette mesi per poter andare in pensione. Nel 2020 il nipotino, ormai diventato adolescente, abbandonerà la scuola media salutato da insegnanti di settantuno anni. Quando terminerà il ciclo di studi della media superiore, nel 2025, riceverà il certificato di diploma da insegnanti che potrebbero avere settantuno anni e nove mesi. Nel 2040, invece, per i suoi fratellini più piccoli, non sarà difficile trovare tra i banchi di scuola maestre e professori di settantatré anni che attendono di maturare altri due mesi di anzianità per poter andare in pensione. Si potrà ancora insegnare in modo efficace a settanta anni con alunni che hanno cinquanta o sessanta anni di meno? Lascio la risposta agli insegnanti stessi ed ai pedagogisti. Il problema, naturalmente, non è rappresentato dall’età anagrafica o quanto meno dalla sola età anagrafica ma anche da un insieme di valutazioni complesse (stato di salute, decadimento fisiologico determinato da una professione usurante, eccessivo divario generazionale, ecc). Ma perché si pensa che la vita lavorativa possa essere allungata con riferimento all’unico parametro della maggiore aspettativa di vita? Vivere non significa sempre vivere bene, in piena efficienza fisica e mentale, spesso non è cosi. Certo dipende dai modelli di riferimento.  E’ quasi Natale. I quotidiani “strillano” la notizia della ricandidatura di un signore di settantasei anni, il “nuovo” che avanza. Passa il messaggio che a settantasei anni si può girare l’Italia con il proprio elicottero per andare da un Tribunale a una delle tante ville sparse nel mondo e, da queste, allo stadio dove si allena la propria squadra di calcio. Poi di nuovo al Tribunale, un “salto” in Sardegna, una vacanza in Kenia da Briatore e cosi via. Insomma a settantasei anni si è ancora vivi e in piena attività.  Gli altri settanteseienni invece, la maggioranza, da tempo hanno lasciato il lavoro. Vivono spesso in condizione di grande disagio economico, con magre pensioni. Alcuni guidano ancora la macchina per soddisfare esigenze personali e concedersi un minimo di svago. I più fortunati hanno una famiglia, dei figli e dei nipotini da accompagnare a scuola. Molti altri invece, oltre che poveri e malati, sono spesso soli o affidati dai parenti alle “badanti”. La società dell’efficienza, del denaro facile, delle performance brillanti, li mette ai margini come un inutile fardello. Allora si fanno compagnia incontrandosi nelle strade, nei giardini pubblici, nei bar, nei circoli. Oppure vanno a finire negli ospizi per gli anziani. Dopo i lager, i luoghi più drammaticamente tristi nei quali attendere la conclusione della propria vita. La mente corre al passato quando si ragionava di lavorare meno per lavorare tutti, di diritto a vivere una parte della propria vita “liberi” dal lavoro quotidiano per poter curare interessi alternativi. Quando si parlava di ricerca della felicità, di diritto alla felicità. Altri tempi, discorsi da vecchi che non si vogliono rassegnare all’idea che l’individuo abbia una sua connotazione sociale soltanto in termini di produttore di lavoro e consumatore di merci.